Tra innovazione e contraddizioni, i data center diventano protagonisti della nuova sfida energetica e climatica internazionale.
Nell’era digitale, i data center sono spesso percepiti come grandi “mangiatori” d’energia: silos grigi, dispersi e uguali a sé stessi, ma capaci di consumare quantità immense di elettricità e produrre calore costante. Oggi, però, alcune realtà tecnologiche stanno trasformando questo calore da scarto in risorsa preziosa, avviando una delle rivoluzioni più sostenibili dell’infrastruttura digitale: il riutilizzo termico dei data center per il teleriscaldamento urbano.
L’esempio di riutilizzo dei data center danese
Uno degli esempi più avanzati arriva dalla Danimarca, sull’isola di Fionia, dove un data center gestito da una multinazionale tecnologica riscalda circa 11mila famiglie nella città di Odense. Grazie a una tecnologia sviluppata da Munters, specialisti nel raffreddamento industriale, il calore residuo delle sale server non viene più disperso, ma catturato attraverso un sistema evaporativo indiretto chiamato “Oasis”, dotato di uno scambiatore di calore integrato. Il calore estratto viene poi trasferito a una pompa di calore centralizzata, che lo converte in acqua adatta al teleriscaldamento, alimentando così la rete urbana. Questa soluzione ha un doppio valore: da una parte riduce la dipendenza dai sistemi tradizionali di riscaldamento (sempre più costosi e inquinanti), dall’altra abbassa l’anidride carbonica emessa nelle città, trasformando un problema tecnologico in un beneficio ambientale concreto.
Craig MacFadyen, Direttore Strategia di Offerta in Munters, ha sottolineato in una nota stampa che il modello danese potrebbe essere solo il primo di molti. Nuove normative europee stanno infatti spingendo i gestori di data center a recuperare più calore di scarto, e molte città potrebbero iniziare a pianificare la loro espansione proprio accanto a queste infrastrutture. A suo avviso, i candidati migliori per riutilizzare quel calore sono gli ospedali o gli impianti industriali, ma grazie a progetti come quello di Odense, anche le grandi aree urbane possono diventare beneficiarie.

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Un esempio interessante arriva anche dall’Italia, dove si stanno muovendo i primi passi verso il riutilizzo termico dei data center. A Rozzano, alle porte di Milano, TIM Enterprise e GETEC hanno avviato il primo progetto nazionale di teleriscaldamento alimentato dal calore residuo di un data center. L’impianto, uno dei più grandi d’Europa, permette oggi di riscaldare oltre 5mila abitazioni del quartiere ALER, evitando ogni anno circa 3.500 tonnellate di anidride carbonica: un beneficio paragonabile a quello di 17.500 alberi.
Un’iniziativa che mostra come anche le infrastrutture digitali possano diventare alleate della transizione energetica, trasformando un rifiuto termico in una risorsa pubblica. Sebbene queste soluzioni siano già diffuse nei Paesi del Nord Europa, l’esperienza di Rozzano rappresenta un passo avanti importante per l’Italia.
Adottare il raffreddamento a liquido
Sul fronte tecnologico, la trasformazione dei data center sta accelerando. L’aumento della potenza computazionale, trainato da applicazioni di intelligenza artificiale su scala massiva, ha reso obsoleti molti sistemi di raffreddamento tradizionali. L’aria, infatti, non è più sufficiente per dissipare il calore generato dai moderni server ad alta densità: è troppo lenta, inefficiente e richiede grandi volumi di ventilazione. Grazie al raffreddamento a liquido, invece, il calore viene rimosso molto più efficacemente. Tecniche come il raffreddamento diretto al chip o l’immersione in fluidi dielettrici permettono di trasferire il calore esattamente dove nasce, con un’efficienza termica nettamente superiore. Questo non solo riduce i consumi di energia, ma rende ancora più facile recuperare quel calore per altri usi, come il teleriscaldamento.
Per supportare questi sistemi avanzati serve anche una distribuzione di potenza più efficiente. Sempre più data center adottano alimentazione a 48 Volt (anziché i tradizionali 12 Volt): questa scelta riduce le perdite di corrente e consente cavi più piccoli, migliorando l’efficienza complessiva dell’alimentazione di ventole, pompe e altri componenti.
Il futuro del raffreddamento dei data center
Ma la vera rivoluzione arriva con l’integrazione dell’intelligenza artificiale. Algoritmi di machine learning analizzano in tempo reale i dati provenienti da sensori termici, misuratori di flusso d’aria e carichi energetici, ricavando mappe termiche dinamiche che fanno da base per un controllo predittivo del raffreddamento. Questo consente di modulare la velocità di motori, ventilatori e compressori con estrema precisione, anticipando i picchi termici e ottimizzando i consumi.

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L’AI permette anche la manutenzione predittiva: rilevando anomalie elettriche o vibrazionali, si possono prevedere guasti prima che accadano, prolungando la vita delle componenti e riducendo i consumi associati. Motori avanzati combinati con azionamenti a frequenza variabile (VFD), rendono il controllo dei sistemi ancora più efficiente e raffinato. Il risultato è un raffreddamento intelligente, adattivo e sostenibile, che può finalmente trasformare il calore residuo dei data center in una risorsa per le comunità, come visto in Danimarca e a Rozzano (MI).
Il paradosso dell’IA: riscaldare le città, ma inquinando
Tuttavia, nonostante questi progressi virtuosi, c’è un altro lato della medaglia. Secondo recenti dati, l’intelligenza artificiale ha un “costo nascosto” molto pesante per l’ambiente: i data center che la alimentano stanno consumando quantità sempre più ingenti di elettricità e acqua, con un’impronta ambientale che, se non gestita attentamente, potrebbe crescere in modo insostenibile. Lo studio citato anche da La Repubblica, firmato da ricercatori della Cornell University, stima che l’intelligenza artificiale (IA) potrebbe generare emissioni paragonabili a quelle di 10 milioni di auto e consumare ogni anno enormi volumi d’acqua, un’ulteriore bomba per l’ambiente e il clima. Questi dati sono confermati anche da altre analisi che prevedono un raddoppio della domanda energetica dei data center entro il 2030, con un forte impatto sulle reti elettriche globali.
È questo il paradosso: i data center possono riscaldare le case grazie al calore che generano, ma al contempo rischiano di aggravare il cambiamento climatico se la loro crescita e il loro consumo non vengono accompagnati da una decarbonizzazione reale. Non basta sfruttare il calore residuo: serve anche ridurre le emissioni legate alla loro alimentazione, aumentare l’uso di energia rinnovabile, migliorare l’efficienza dei processi e integrare ancora di più le tecnologie green.
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