Un energy manager spiega come le comunità energetiche possano rivoluzionare il modello energetico tradizionale attraverso la collaborazione e l’autoproduzione, anche nel turismo.
Autoprodurre energia da fonti rinnovabili per azzerare i costi di approvvigionamento e diminuire quelli di trasporto. Sono gli obiettivi delle comunità energetiche, una collaborazione tra chi produce energia e chi la consuma. Ne abbiamo parlato con un energy manager libero professionista che vive a Salsomaggiore Terme (in provincia di Parma) Fulvio Restori.
Che cos’è per lei la sostenibilità energetica e perché è importante?
Personalmente do un gran valore al termine sostenibilità. Rappresenta per me il modo in cui ci relazioniamo con il mondo che ci circonda. Con il termine energetico, si puntualizza e si pone l’attenzione ad un momento importante di questo periodo, l’approvvigionamento energetico a basso costo e a basso impatto. L’insieme dei due termini ci restituisce un fattore moltiplicativo. Non siamo ancora usciti da costi energetici significativi, mai toccati prima, e nello stesso tempo abbiamo ormai metabolizzato che il clima è cambiato e che dobbiamo o dovevamo già, tempo fa, fare qualcosa. L’importanza quindi della sostenibilità energetica è tutta qui, se vogliamo mantenere le nostre abitudini sociali e l’ambiente come lo conosciamo e siamo abituati a vederlo, dobbiamo, senza perdere tempo, fare qualcosa. È per questo che ho anche il timore che il termine “sostenibilità” venga abusato, arrivando a essere declassato come il tormentone del momento. Praticamente come hanno fatto con il termine “bio”.
Perché le comunità energetiche sono così importanti, in un contesto di crisi climatica e crisi energetica come quello attuale?
Le comunità energetiche sono una parte della risposta alla crisi che si sta cercando di attuare, direi anche un’ottima risposta. Con le comunità energetiche si cerca di fare efficienza progettuale nell’ambito delle rinnovabili elettriche nella produzione e nell’autoconsumo. Si cerca di stimolare la collaborazione localizzata fra chi può produrre energia e chi la consuma. Già il termine usato di “comunità” la dice lunga sul fatto di collocare questa realtà imprenditoriale in un contesto collaborativo e di reciproco beneficio. Quando si parla di comunità energetica si parla di una realtà imprenditoriale, perché per avviarla serve proprio un accordo fra le parti che regola i rapporti fra gli aderenti, con diritti e doveri ben precisi. La produzione localizzata e bilanciata sull’utilizzo, permette di non dover costruire infrastrutture sovradimensionate per sopperire ai picchi di consumo, ma neanche “dorsali” di trasporto dell’energia da un capo all’altro del nostro territorio. Teniamo conto che anche i tralicci elettrici per l’alta e l’altissima tensione hanno un impatto ambientale. Quindi, oltre a diminuire i costi di gestione, diminuiscono anche i costi di approvvigionamento (autoconsumo e consumo condiviso) ed infine possiamo usare energia verde, senza l’emissione di anidride carbonica. È come fare un vestito cucito su misura.
Quali sono, secondo lei, le principali sfide e criticità da affrontare per la diffusione delle comunità energetiche?
Vi sono varie tipologie di comunità energetica. Quella che territorialmente considero importante è quella dei “Gruppi di auto-consumatori di energia rinnovabile”, quella che si circoscrive all’interno di un condominio e che può essere coordinata dall’amministratore stesso. Oltre alla semplicità di gestione, l’altro vantaggio è che permetterebbe di riqualificare energeticamente il proprio immobile. La sfida è quella di farle capire bene, facilitare le persone e gli imprenditori ad avvicinarsi a queste realtà. Le comunità per definizione sono un insieme di persone che condividono l’energia. Quindi è indispensabile far sì che le regole siano semplici, garantiste e per quanto possibili flessibili. È storica la predisposizione “italica” ad essere restii a creare organizzazione ampie, ma a preferire il “piccolo”: in questo caso sono sufficienti anche solo 2 unità. Altro punto che credo sia importante è che ancor oggi c’è poca conoscenza della “dimensione” energetica in cui ci si trova. Quindi anche se la conoscenza di quanto si consuma c’è, capire cosa si consuma (ad esempio fossile, nucleare, rinnovabile), perché si consuma e come si consuma è la base per capire l’utilità della comunità.
Quali soluzioni innovative sono state adottate nei progetti di comunità energetiche a cui ha partecipato o di cui è a conoscenza?
Al momento sto seguendo la creazione di due importanti comunità, una di notevole entità in un distretto industriale e l’altra in un contesto importante turistico. Per la zona industriale, il vero plus non è la conoscenza del mondo energetico, ma è un tavolo di energy manager e di esperti in gestione dell’energia, dove si parla la stessa lingua. Quello che si sta cercando di fare è garantire che tutta l’energia potenzialmente producibile venga utilizzata e/o convertita per un consumo differito anche nelle 24 ore. Per cui si pensa a stoccaggi fisici, chimici, biomasse, fuel cell. Ma nello stesso tempo, e in realtà come primo approccio, lo scopo è efficientare i singoli processi, riducendo il fabbisogno energetico. Nel comparto turistico, le variabili su cui agire non sono così ampie come nell’industria. L’omogeneità dei processi è più marcata e non presenta grandi consumi, ma medi o piccoli sono molto molto più numerosi. Quindi è importante bilanciare bene i partecipanti alla comunità in modo da poter generare un “nucleo” equilibrato di consumatori e produttori. I numeri così diventano più alti e la comunità diventa davvero tale. Associazioni di albergatori, stabilimenti balneari, servizi alla persona hanno un consumo specifico su metro quadro elevato rispetto alla potenzialità produttiva, per cui l’ente pubblico può o, meglio, deve, con i propri immobili, essere un interlocutore indispensabile.
Quali benefici ritiene che le comunità energetiche possano portare alla collettività?
Come anticipato una produzione diffusa, poco invasiva, su supporti/superfici già disponibili, e un consumo contestuale, con l’aggiunta di sistemi più o meno ibridi di accumulo e non invasivi, permetterebbe di alleggerire la struttura distributiva, diminuirebbe l’impatto ambientale e il fattore emissivo di gas serra sul territorio, oltre ovviamente a ridurre i costi. In fin dei conti l’autoproduzione, equivale all’azzeramento dei costi di approvvigionato, e alla riduzione dei costi “passanti” quali quelli di trasporto e del dispacciamento. Senza dimenticare gli incentivi che attualmente vi sono sull’energia prodotta come sprono alla creazione delle comunità.


